Le elezioni in Iraq: la democrazia è ancora una scelta?

 

Il 30 gennaio 2005 si sono svolte in Iraq le prime elezioni libere dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, per la designazione dei 275 membri dell’Assemblea Nazionale di transizione che costituirà il potere legislativo fino allo svolgimento di elezioni per un organo permanente. A tale Assemblea è affidato il compito di stendere una costituzione permanente per l’Iraq entro il 15 agosto 2005, sulla quale gli Iracheni dovranno poi esprimersi tramite referendum. Solo a seguito dell’approvazione della costituzione potranno svolgersi le elezioni per il governo permanente.

Il procedimento elettorale è stato organizzato e gestito dalla Commissione elettorale indipendente irachena, nominata nel 2004 su indicazione dell’ONU dalla CPA (Coalition Provisional Authority), l’autorità provvisoria di occupazione che ha governato il Paese fino al 28 giugno 2004. I seggi sono stati assegnati in maniera proporzionale, in base alla percentuale di voti ottenuti da ogni singola lista secondo l’ordine dei nominativi della lista stessa (gli elettori hanno votato infatti solo per le liste e non per i candidati). La stessa formazione delle liste è stata disciplinata da un’ordinanza della CPA, volta ad impedire ad esempio la partecipazione alle elezioni di partiti che fossero legati a milizie armate nel Paese, o la presenza di candidati ex membri della polizia segreta e dei servizi di sicurezza di Saddam Hussein, o che abbiano contribuito o partecipato alla persecuzione di cittadini. Gli ex membri del Partito Ba’ath, il partito di Saddam Hussein, per candidarsi hanno dovuto firmare un documento con cui hanno rinnegato ufficialmente tale appartenenza, disconoscendo tutti i legami passati, mentre non hanno potuto candidarsi i membri delle forze armate.

È stata inoltre prevista la possibilità di votare anche agli Iracheni residenti all’estero, ma tale iniziativa non ha riscosso grande successo, con circa 280.000 elettori registratisi, a fronte di una stima di 1.200.000 aventi diritto al voto.

I risultati delle elezioni del 30 gennaio hanno visto la netta vittoria della lista United Iraqi Alliance (UIA) con circa il 48 % dei voti. La seconda forza è l’alleanza curda, con il 26%, mentre la terza -con il 14%- è la lista dell’attuale Premier ad interim Iyad Allawi.

Il fatto che il procedimento elettorale si sia svolto senza grossi incidenti ed in maniera corretta ha prodotto nell’opinione pubblica mondiale l’impressione che sia stato compiuto un grosso passo verso l’affermazione dei valori democratici in Iraq. In realtà, nonostante si sia certamente trattato di un avvenimento da non sottovalutare, va comunque ricordato che le elezioni si sono svolte in un clima particolare, in una situazione di occupazione militare ed emergenza legata al rischio di possibili attentati. Inoltre, lo svolgimento di un corretto procedimento elettorale è una condizione necessaria ma non sufficiente perché uno Stato possa definirsi genuinamente democratico.

Il primo problema che il Paese si trova a dover affrontare è legato al fatto che la democrazia, in quanto valore, non è stata una conquista raggiunta in maniera autonoma, ma piuttosto imposta dall’esterno a seguito dell’intervento armato della coalizione anglo-americana del 2003. Prescindendo dalla considerazione secondo cui l’introduzione della democrazia attraverso l’uso della forza rappresenta una contraddizione in termini, è vero comunque che tra la popolazione irachena l’intervento straniero è stato vissuto non soltanto come una liberazione dalla tirannia ma, in molti casi, come l’imposizione dall’esterno di una nuova forma di governo, generando quindi malcontento e diffidenza nei confronti degli stranieri, come dimostrato dai continui attentati di cui sono vittima le truppe di coalizione.

Di conseguenza, i prossimi mesi saranno probabilmente decisivi per stabilire se e come l’Iraq sarà in grado di avviarsi verso un futuro di democrazia: elementi come il rispetto dei diritti dell’uomo, e del principio della preminenza del diritto, non possono infatti essere trascurati in una società dove sono stati invece negati per decenni dal regime totalitario imposto da Saddam Hussein.

 

Simona Mariconda (1.9.2005)